Montecristo -1- le sette perle dell’arcipelago toscano (Livorno)

montecristo2-300Può capitare a volte guardando dal litorale costiero livornese verso sud, nelle giornate limpidissime di  vedere emergere  dal mare come perle rilucenti  incastonate nell’azzurro le sette isole dell’arcipelago toscano, credete è una visione che toglie il respiro:

Elba, Gorgona, Capraia, Pianosa, Giannutri, Isola del Giglio e Montecristo

in questo post vi parlerò proprio di quest’ultima, misteriosa, splendida e colma di leggende, ispiratrice ad Alessandro Dumas  del celebre romanzo ” Il conte di Montecristo”

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Forse Dumas vi giunse come me un mattino

cui all’orizzonte un rosa corallino si mescolava distratto

a un  turchino rutilare

laggiù

dove la nebbia fumigosa di Morgana

usciva dalla tana quasi a ululare,

ti vide allora, come Venere spuntare

tra ‘l verde cristallino trasparente

nell’asprità delle  scogliere chiare:

scintillare.

Vide, forse, i suoi personaggi schierati

nella danza di fioccaggini schiumose

lenti avanzare

sfiorando nidi d’alghe e seni candidi di sirene,

certo s’innamorò dei  piccoli fiori malvati

stretti ai tuoi fianchi sinuosi   che non si vorrebbero

come amanti voluttuosi, mai da te staccare.

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L’isola di Montecristo, un paradiso di profumi, gabbiani, poseidonie  fondali da fare invidia alla barriera corallina, ma paradiso per pochi privilegiati ( io lo  sono stata )

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quasi inaccessibile, sono ammessi solo 1.000 visitatori all’anno, di cui 600 sono studenti, vi attracca una sola barca al giorno ( senza il permesso di accesso si può solo circumnavigare  ed anche a debita distanza) una lista di attesa di 4 anni e 10.000 richieste ogni volta che la lista si riapre

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Ostile come solo può esserlo una roccia in mezzo al mare. Eppure  richiamo languido come canto di sirena, simile a tutti  i luoghi che s´inseguono e per raggiungerli ci fanno penare.  l’odore dell´eucalipto e del rosmarino, lo scirocco in faccia, i graffi sulle mani aggrappate alla ferrata per non perdere un solo istante ad osservare.

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Cala del Diavolo è il primo scoglio su cui appoggi gli occhi quando ti trovi Montecristo davanti, si chiama così perché sotto c´è una voragine sottomarina3295612

era già nota ai Greci (con il nome di “Oglasa”od “Ocrasia”), ai Cartaginesi, ai Fenici, agli Etruschi e ai Romani, come testimoniano alcuni relitti, ritrovati nei pressi dell’isola di imbarcazioni mercantili; con queste gli antichi trasportavano prezioso granito destinato alla costruzione di ville e santuari, fra cui quelli in onore del padre degli dei. Per questo i latini denominarono l’isola Mons Jovis, cioè Montegiove.

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Si narra che un terribile drago alato abitasse l’isola e che nel V secolo sia stato San Mamiliano ad ucciderlo sulla vetta più alta, il Monte della Fortezza (645 m. s.l.m.). Forse la creatura mitologica non è mai esistita, ma è certo che l’arcivescovo di Palermo, in fuga dal re dei Vandali, Genserico, abbia trovato salvezza sull’isola, rinominandola Montecristo

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In onore dell’eremita Mamiliano tra il V e VII secolo i monaci benedettini eressero un convento, ancora oggi meta di visite insieme alla Grotta del Santo (240 m. s.l.m.) luogo di meditazione e di culto in cui sgorga una sorgente d’acqua fresca.

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Si racconta che proprio nella cavità, dedicata al santo patrono dell’isola, fu nascosto il leggendario tesoro conservato dai monaci nel corso dei secoli. Alcuni storici ritengono che se ne siano impadroniti i pirati sbarcati sull’isola, gli stessi corsari che depredarono il convento dei benedettini, facendoli fuggire da Montecristo con le spoglie di San Mamiliano.

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si presume che sia stato il saraceno Dragut nel 1553 a guidare i turchi nel terribile saccheggio del monastero benedettino, mettendolo a fuoco e fiamme per impadronirsi delle ricchezze conservate dai religiosi.

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Si tratta dello stesso tesoro di cui racconta Dumas nel celebre romanzo “Il conte di Montecristo” (1844). Il protagonista dell’opera Edmond Dantès, infatti, riesce a vendicarsi delle ingiustizie inflittegli da alcuni nemici, grazie alle ricchezze ritrovate sull’isola. Durante la prigionia sull’isolotto d’If, egli viene a conoscenza del tesoro dall’amico e compagno di sventure abate Faria. Per non farsi riconoscere dai suoi rivali, Edmond si farà chiamare “il conte di Montecristo”, celando la propria identità sotto quella di un uomo misterioso, potente e ricchissimo.

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Non si è mai saputo con certezza se  Alessandro Dumas sia mai veramente approdato all’isola, certo che le sue descrizioni sono altamente fedeli

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Leggenda e realtà non si confondono soltanto nel romanzo, perché la stessa Montecristo diverrà colonia penale nel 1878, ospitando i detenuti politici ed i loro familiari per circa un decennio. Presso Cala S.Maria sono presenti i resti del loro insediamento.

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Nel 1889 il Marchese Carlo Ginori divenne proprietario dell’isola per farne una riserva di caccia. Durante la sua permanenza, il nobile restaurò la villa appartenuta all’inglese George Watson Taylor, costruita a Cala Maestra circa 37 anni prima (oggi unico approdo dell’isola)
Nello stesso anno re Vittorio Emanuele III, invitato da Ginori ad una battuta di caccia, rimase folgorato dalla bellezza dell’isola toscana, decidendo di trasformarla in una riserva reale in cui introdurre nuova selvaggina. Ecco perché ancora oggi si possono scorgere mufloni sardi e capre selvatiche di origine montenegrina sulle rocce di Montecristo.

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queste suggestive immagini testimoniano la bellezza dei fondali dell’isola e la trasparenza delle acque

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ed ecco che mentre il sole comincia a salutare l’orizzonte , anche l’isola di Montecristo con tutti i suoi misteri e le leggende, come sinuosa sirena nel rosso scompareMONTECRISTO_5

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